Tratto dall’omonimo romanzo di László Krasznahorkai, Satantango è un film del 1994, opera del regista ungherese Béla Tarr. La pellicola, della durata di sette ore e mezza, racconta le vicende degli abitanti di un piccolo villaggio ungherese dimenticato dal mondo dopo la caduta del comunismo. Le loro vite cambieranno dopo il ritorno in patria di Irimias e Petrina, individui misteriosi e poco raccomandabili. Dietro a questa trama, apparentemente molto semplice, si celano coraggiose scelte di regia e di sceneggiatura in fortissimo contrasto con gran parte delle regole generalmente accettata in ambito cinematografico.

Un primo elemento di interesse è certamente il lungo piano sequenza iniziale che mostra una mandria di mucche al pascolo, abbandonate a loro stesse. Tale incipit, che può ricordare per certi versi quello di Tempi moderni, celebre opera di Charlie Chaplin della metà degli anni Trenta, è una fedele metafora dei protagonisti del film: gli abitanti del villaggio. I personaggi rappresentati si trovano infatti ad essere estremamente passivi rispetto al mondo che li circonda. Essi non hanno un pastore, non hanno nessuno da seguire ed in mancanza di un leader carismatico a cui cedere la loro libertà, vivono vite misere e meschine, trascinandosi fra lo sporco delle loro case e l’ubriachezza della taverna di paese. Non a caso il motore che in primo luogo darà inizio alle loro vicende è il ritorno di Irimias e Petrina, due uomini a cui si erano politicamente affidati in passato e che tutti credevano morti. Si tratta dunque di una comunità che accetta e anzi, richiede di essere totalmente guidata da qualcuno, nella convinzione di non avere le capacità di cavarsela da sé, caratteristica già sottolineata anche nel romanzo:

«Questa gente è uguale ai servi dei castelli di una volta: il signore tutto a un tratto si sparava, e loro rimanevano lì, aggirandosi smarriti intorno al cadavere».

Nonostante questo generale abbrutimento etico ed estetico, però, è proprio questo gregge senza pastore ad essere protagonista indiscusso, vera materia narrativa del film che non lo abbandona mai, dandogli una centralità assoluta.

I primi minuti di Satantango. Da: http://www.ondacinema.it

Una delle caratteristiche fondamentali del film è certamente la sua lunghezza. Le dimensioni dello spazio e del tempo vengono, fin dall’esordio della pellicola, dilatate ed esasperate al punto da mostrare gli eventi quasi in tempo reale: lunghissimi piani seguenza, carrellate o campi lunghi disseminati su tutto l’intreccio narrativo filmano personaggi immobili, intenti a camminare o a danzare fino a far perdere la percezione del tempo. Il rifiuto di un tempo filmico comunemente accettato e la distensione temporale di ogni scena, d’altro canto, è costituente fondamentale di un film che, come il romanzo da cui è tratto, fa del tempo narrativo un oggetto di studio, rifiutando il concetto di linearità per abbracciare invece un modello circolare e di eterno ritorno di stampo nietzschiano.

Partendo dalla presentazione di tre personaggi iniziali, il regista abbandona poi le loro vicende introducendone altre. Questa scelta, che può sembrare inizialmente confusa, ben presto si rivela nella sua necessaria funzione di descrivere ogni protagonista per poterlo successivamente fare agire in scena con i suoi compaesani in un calcolato e perfetto gioco di incastri che li porterà tutti, come destinazione finale, alla taverna, dove si metteranno a ballare un tango. Una danza nobile che fra le mani di poveri contadini ubriachi diventerà un ballo di morte, un tango satanico, appunto.

Il tango alla taverna. Da: http://www.phippsfilm.com

Il tango dunque è proprio il cuore del film di Tarr e anche il nodo narrativo in cui si manifesta di più la circolarità temporale. La danza è infatti mostrata tre volte dai punti di vista di differenti personaggi, a lungo descritti nel loro dramma quotidiano, giunti alla locanda per motivi diversi. È qui dunque che si percepisce la costruzione della struttura fortemente coerente in sé stessa su cui si regge il film, che arricchisce di senso le scene precedenti e preparatorie a questo vero e proprio incidente scatenante (parallelo al primo rappresentato da Irimias e Petrina). Il tango assolve dunque alla duplice funzione di motore per la seconda parte della storia e di chiaro svelamento del tessuto temporale che domina l’intero film, che si concluderà con le stesse parole pronunciate all’inizio in un epilogo perfettamente circolare.

Oltre alla struttura temporale dell’opera certamente rimarchevole è anche la fotografia. Nel morbido bianco e nero in cui è stata girata la pellicola non sono pochi infatti i primi e primissimi piani stilisticamente a metà fra un Salgado ed un McCurry. Tali inquadrature creano una reale e concreta connessione fra i personaggi e lo spettatore, costruita attraverso la durata e gli sviluppi di trama, che si fa poi vera e propria familiarità e sincera curiosità per la sorte di ognuno di essi.

Primo piano di Irimias. Da: http://www.specchioscuro.it

Quest’ultimo fattore, all’interno della totalità dell’opera ungherese non è certo trascurabile. Il film si configura infatti come concreta esperienza estetica che richiede uno sforzo fisico e psicologico da parte del fruitore. In tal modo il regista rifiuta radicalmente e nettamente ogni idea del film come forma di intrattenimento, elevandolo invece ad espressione di significato attraverso il medium cinematografico. Tramite la scansione in capitoli, il film di Béla Tarr vuole essere ed è un vero e proprio romanzo cinematografico che necessita della più viva attenzione da parte dello spettatore, a cui il regista chiede di seguirlo pazientemente in ogni passaggio, in ogni violazione delle regole di economicità ed essenzialità registica e di sceneggiatura nella loro funzione di costruire un mondo intero con regole il cui avvallo è chiesto proprio al fruitore.

Si tratta in definitiva di un film che si distacca dalla semplice fruizione passiva per farsi Opera veramente esigente: è espressione, creazione e paziente costruzione, struttura ed infine esperienza totale. Non si può certamente vedere in questo il semplice ed arrogante gusto di un intellettuale dietro ad una cinepresa, ma si scorge invece la sfida lanciata da un grande autore al suo pubblico e al mondo. Una sfida che richiede molto ma, se vinta, premia altrettanto.

Lorenzo Delpiano