“Ci si chiedeva che forma avrebbe dovuto prendere la Tavola Rotonda, ma questo era esattamente quello che si voleva: un dialogo con gli ospiti in sala, un dialogo tra i relatori.”

Con queste parole, il Vicepresidente del Comitato Organizzatore Alessandro Cerri ha concluso le due giornate della quarta edizione del Forum Ferdinando Rossi, calando il sipario sull’atteso appuntamento con la Tavola Rotonda.

La discussione di quest’anno ha preso il la dagli strumenti attuali – social media – e futuri per una divulgazione scientifica che possa sempre più coinvolgere il grande pubblico e dalle sfide poste alla comunicazione per poi arrivare a toccarne l’essenza stessa.

Moderato da Piero Bianucci, giornalista scientifico de La Stampa, il confronto ha preso il via dagli interventi dei singoli relatori, in particolare dal provocatorio discorso di Samuele Cannas, allievo di Medicina presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il quale ha esposto i risultati di alcuni studi sulla telepatia in maniera così coinvolgente e “incipriata” da far instillare il dubbio sulla loro effettiva veridicità. Chiamati poi direttamente in causa per le proprie riflessioni sulle potenzialità dei social network sono stati Marco Mattei ed Enrico D’Urso, rispettivamente studente di Filosofia e laureando in Fisica Biomedica presso l’Università degli Studi di Torino; proprio quest’ultimo ha introdotto il tema della gestione della comunicazione nei confronti di un “complottista”, su cui si è successivamente sviluppato il dibattito.

La discussione è partita definendo il complottista come scettico verso i risultati della ricerca scientifica a causa della convinzione che dietro a quei risultati si celi una cospirazione spesso con intenti manipolatori. I relatori e il pubblico si sono dunque domandati come sia possibile rendere la divulgazione scientifica efficace quando l’interlocutore, come in questo caso, la rifiuta. Si è inoltre posto il problema di quale sia l’origine di una simile diffidenza verso la Scienza, se essa risieda cioè in una convinzione politica o in una comunicazione mal strutturata da parte di chi dovrebbe diffondere l’informazione.

Da una proficua sinergia tra pubblico e relatori sono emerse svariate risposte, grazie anche all’intervento di Annalisa Cavolo, studentessa di Scienze Linguistiche presso l’Università degli Studi di Torino, che ha introdotto, nel pieno spirito di interdisciplinarità che contraddistingue il Forum, la prospettiva della linguistica medica all’interno di una buona e corretta informazione scientifica. Dal suo intervento è emersa soprattutto la necessità di ripensare la forma della divulgazione in modo che, in un mondo in cui si è continuamente sommersi da informazioni e pubblicità, essa possa avvenire in modo chiaro, semplice ed efficace, rimodulando il discorso in base al target e senza dimenticare che semplificare non vuol dire banalizzare.

La voce di Emanuele Bernardi, anch’egli studente di Scienze Linguistiche presso l’Università degli Studi di Torino, porta all’attenzione della Tavola il problema del metodo scientifico che, basato su di un cammino nell’ignoto e verso l’ignoto, procede per tentativi più che possedere un’intrinseca verità. La questione dello stigma sociale è stata invece sollevata da Elia Vettorato, studente di Geografia e Scienze Territoriali all’Università degli Studi di Torino e allievo del Collegio Einaudi: per rispondere ad alcuni dubbi emersi dal dibattito, egli ha infatti segnalato come spesso il complottista venga considerato un’entità esterna al resto della comunità, se non inferiore.

Muovendosi tra l’importanza dell’esperienza in prima persona e la differenza tra autorità e autorevolezza, è emerso il dubbio che la diffusione del complottismo sia dovuta, in fondo, soltanto a un problema di comunicazione, argomento cardine della seconda giornata del Forum, conclusasi con la questione principe se la scienza necessiti effettivamente di essere divulgata. È davvero necessario far conoscere e rendere trasparenti i meccanismi di ricerca scientifica, troppo spesso subalterni a pressioni da parte dei finanziatori, o si corre così il rischio di minare una fiducia nella ricerca scientifica da parte del pubblico già fragile di suo?

In fin dei conti, come ricorda Giulio Deangeli, allievo ordinario di Medicina presso la Scuola Superiore Sant’Anna, “tutto ciò che sappiamo è basato sulla probabilità” e, lo supporta Piero Bianucci, la Scienza ha la sua forza nella debolezza dell’essere precaria.”

Qual è, in definitiva, lo scopo della divulgazione scientifica e della ricerca stessa?

Enrico D’Urso auspica che la semplice bellezza della scienza si palesi a tutti, mentre Marco Mattei ne sostiene l’intento utilitaristico; pare quasi che nelle loro parole riecheggi il dualismo, tanto caro a Ferdinando Rossi, tra “ricerca pura” e “ricerca applicata”.

Se Annalisa Cavolo sottolinea la propria fiducia nella missione pedagogica della scienza, sostenendo che a essa spetti la comunicazione di quali siano le proprie basi e il metodo che utilizza, Elia Vettorato pare voler dare un indirizzo molto specifico all’educazione che essa fornisce: un’educazione alla complessità e alla magnitudo delle problematiche, imparando a differenziare e ricordando che la Scienza è fatta di singolarità e non può sempre ragionare in maniera unitaria.

La divulgazione è dunque uno scontro o un processo pedagogico?

È il confronto che evita la sterilità della scienza, ci ricorda Emanuele Bernardi: “la necessità di approcciarsi con il pubblico deriva dal fatto che siamo un sistema complesso. Quando possiamo gestire qualcosa da soli è tutto più semplice, ma il mondo intorno a noi richiede che ci confrontiamo con gli altri.”

Forse, conclude Samuele Cannas, la Scienza cerca di trovare, più che la verità, una “crepa nella diga”, per far riflettere instillando il dubbio; quello stesso dubbio emerso dall’intervento che ha dato il via a questa Tavola Rotonda, quel dubbio che per la ricerca scientifica costituisce l’incipit e che nei movimenti complottisti si concretizza invece, quasi paradossalmente, in una forma di dogmatismo a prima vista insormontabile. Forse, però, come uguale punto di partenza, quel dubbio può costituire a propria volta il terreno comune in cui ritrovarsi e da cui far effettivamente partire una comunicazione degna di tale nome: una comunicazione che davvero sia dialogo e reciproco scambio.

Chiara Platania e Clelia Repetto