E’ un pubblico attento e carico di aspettative, quello presente in sala all’inizio del pomeriggio del Forum. Presto sarà anche un pubblico divertito, che risponde con un sorriso alle affermazioni, talvolta scomode, per quanto veritiere, del primo dei relatori, il professore Massimo Zucchetti.
Il programma è effettivamente molto denso: due interventi riguardano esempi specifici di Big Science, mentre il terzo apre la strada al tema della seconda giornata, ovvero la comunicazione della scienza.

In apertura, e con grande gratitudine da parte degli Studenti, il professor Zucchetti, ordinario presso il Politecnico di Torino ed esperto di fusione nucleare, ha dedicato un pensiero alla figura di Ferdinando Rossi, evidenziando ulteriormente lo spirito trasversale e multidisciplinare del fondatore della Scuola, aperto al confronto con numerosi ambiti del sapere accademico.

Forte della sua partecipazione negli anni ai maggiori progetti internazionali sulla fusione nucleare, avendo quindi l’onore, e in questo caso anche l’onere, di poter raccontare e commentare con cognizione di causa le dinamiche interne e i retroscena che li hanno determinati, il professore ha focalizzato l’attenzione su un esempio concreto, ma per certi versi fallimentare, di Big Science, di collaborazione su larga scala tra aree disciplinari, Paesi e centri di ricerca molto lontani tra loro: il progetto ITER.

Nato alla fine degli anni ’70 come collaborazione tra pochi, strettamente legato alla necessità da parte di USA e URSS di trovare un terreno ancora inesplorato sul quale investire insieme, ITER si pone l’ambizioso obiettivo di costruire una macchina sperimentale d’avanguardia, un reattore a fusione nucleare dal quale estrarre enormi quantità di energia termica, con un’efficienza molto maggiore rispetto alle macchine già esistenti all’epoca.
Per motivazioni quasi esclusivamente economiche, tuttavia, fin dai primi tempi la collaborazione si allarga: è a questo punto che si può iniziare a parlare di Big Science, e parallelamente all’avvio dei lavori emergono anche i primi problemi.
Trascorrono decenni prima di definire i dettagli del progetto, che innegabilmente assume connotazioni anche politiche: coordinare grandi gruppi di scienziati, riuscire a conciliare le richieste, spesso vincolanti, di tutti i Paesi finanziatori, con in ballo miliardi di dollari stanziati, ha richiesto una quantità di tempo sproporzionata, che col senno di poi difficilmente può essere giustificata.

È proprio la dispersione, per non dire lo spreco, di tempo, di energie e, letteralmente, di energia, ma soprattutto di risorse economiche, il nodo problematico dell’esempio discusso, ricollegabile proprio al carattere “BIG” della collaborazione: too big, in questo caso.
Per più di trent’anni tutti i Paesi interessati alla ricerca sulla fusione nucleare hanno concentrato i propri sforzi su un unico enorme progetto, limitando così la possibilità di finanziamenti a ricerche parallele ed alternative. Si tratta, tra l’altro, di sforzi non proporzionati ai risultati che ad oggi si stanno ottenendo su ITER: oltre ai tempi di avvio estremamente dilatati, infatti, il progetto ha accumulato negli anni ulteriori ritardi sulla timeline iniziale. Inoltre, il costo stimato per l’intero esperimento sembra essersi più che raddoppiato e il progetto appare oggi obsoleto e limitato nei modi e nei mezzi, soprattutto alla luce di nuovi sviluppi tecnologici nel settore dei materiali.

Sorge quindi spontaneo chiedersi se i finanziamenti, il tempo, le conoscenze teoriche e le competenze tecniche messe al servizio di tale progetto non potessero essere impiegati in maniera più efficace, nel pieno delle loro potenzialità.
Non si tratta, tuttavia, di rinnegare completamente il passato, di screditare tutto il lavoro fatto negli scorsi decenni. Occorre piuttosto prenderne atto, far tesoro dei problemi che ci sono stati per saper affrontare al meglio, ovvero con la massima efficacia e riducendo al minimo la dispersione di risorse umane ed economiche, le sfide del futuro. Per quanto riguarda la fusione nucleare, ad esempio, un’alternativa si sta effettivamente delineando negli Stati Uniti, con progetti molto più piccoli, in termini di dimensioni fisiche, ma anche di team coinvolti e fondi richiesti, che si pongono di fatto lo stesso obiettivo e che sono stati avviati negli ultimi anni proprio grazie a nuove tecnologie scoperte e studiate, che ovviano ad alcune delle problematiche di tali reattori.

L’intervento del professor Zucchetti, in conclusione, si inserisce a pieno titolo all’interno del dibattito creato durante la prima giornata, mostrando come, e in quali casi, l’approccio Big Science a determinati ambiti scientifici, la volontà di includere a tutti i costi (per necessità, non certo per solidarietà) il maggior numero di Paesi e menti possibile, possa inficiare la qualità dei risultati e soprattutto il tempo in cui essi vengono raggiunti.

Anche il secondo intervento del pomeriggio evidenzia delle criticità, seppur legate ad un ambito diverso, e per farlo, oltre che servirsi di dati statistici accurati, instaura un dibattito attivo con il pubblico, coinvolto in prima persona dalla tematica affrontata.
Il professore Giuseppe Pellegrini dell’università di Trento, presidente di Observa Science in Society, presenta infatti il tema della comunicazione scientifica, concentrandosi sulle modalità e sull’impatto sociale di quell’informazione che arriva al pubblico direttamente dal mondo accademico.

La mobilitazione delle università e degli istituti di ricerca, che negli ultimi tempi ha spinto accademici e scienziati ad affacciarsi in prima linea al fianco dei mediatori scientifici e culturali “classici”, ha comportato infatti uno stravolgimento della comunicazione pubblica della Scienza e conseguenti problematiche, come sempre accade di fronte alle novità.
La questione principe è legata alla necessità e legittimità stesse di un’informazione proveniente direttamente dal mondo accademico: quali vantaggi essa porta al pubblico e quale ritorno vi è per i ricercatori? Al contrario, che problemi possono sorgere? Si tratta davvero di un sistema efficace?

Da un lato, ci sono le Università che hanno ormai l’obbligo nobile della cosiddetta “terza missione”, cioè di portare fuori dagli atenei le attività di ricerca che si svolgono all’interno; ci sono gli enti e i gruppi di ricercatori, che hanno la necessità di raccontarsi per attirare l’interesse dei finanziatori e per ottenere sostegno pubblico alla propria attività.
Dall’altro c’è invece il bisogno, da parte del pubblico, di avere di fronte a sé personaggi autorevoli, preparati e competenti, ma anche, e talvolta soprattutto, capaci di trasmettere con semplicità, se pur non banalizzandoli, i temi affrontati. Occorrono figure esperte nella comunicazione che, per loro attitudine personale oppure dopo una formazione specifica, abbiano la capacità di raggiungere tutti i target.

Per quanto riguarda la Big Science, in particolare, c’è il forte e sentito bisogno di una comunicazione tempestiva, sempre aggiornata, ma soprattutto diretta ed efficace, che rassicuri la società riguardo alla solidità dei progetti che si portano avanti e la coinvolga, dichiarando con trasparenza i risultati ottenuti giorno dopo giorno. In questo bisogno si ritrova la necessaria giustificazione di fronte al pubblico dei grandi esperimenti: non occorre tanto spettacolarizzare la ricerca, bensì saper argomentare, con motivazioni tangibili, le ricadute positive che grandi investimenti, spesso di soldi pubblici, in progetti scientifici possono avere sulla nostra società globale.
Vi è inoltre un secondo aspetto, che spesso viene trascurato, ma di cui ultimamente si hanno degli esempi: il coinvolgimento attivo del pubblico. Informare i cittadini e dar loro strumenti per comprendere a diversi livelli di profondità determinate tematiche, può far scaturire dalla comunità stessa degli interrogativi che possono essere la base per future ricerche largamente partecipate, che in questo modo partirebbero già con un appoggio pubblico notevole.

La giornata si conclude con l’intervento del professor Alberto Piazza, professore emerito dell’Università di Torino, che racconta al pubblico la complessità degli studi sul genoma umano e, in particolare, su come esso venga espresso e si manifesti nei singoli individui e nella società.
I geni, infatti, al contrario di quanto si possa pensare e di come troppo spesso si legge, non sono deterministici: la manifestazione delle informazioni contenute al loro interno è pesantemente influenzata da fattori esterni, ambientali e sociali, il cui studio richiede grande disponibilità sicuramente di fondi, ma in questo caso soprattutto di tempo, di enormi quantità di osservazioni ed esperimenti ripetuti.
Ecco qui un secondo esempio di Big Science, forse declinato diversamente rispetto a quanto ci si aspetti pensando a maxi-collaborazioni con gli esperimenti al CERN di Ginevra, ma che in fondo presenta la stessa complessità a livello di dettagli e necessita della stessa attenzione per il coordinamento dei diversi attori e per l’analisi metodica dei risultati ottenuti.

La prima giornata del Forum, come auspicato, ha visto svilupparsi un dibattito fertile e proficuo, che ha permesso ai presenti di maturare una propria visione articolata circa il tema proposto.
Si ringraziano ancora i relatori per gli spunti emersi dai loro interventi, ma soprattutto si ringrazia il pubblico in sala per l’interesse dimostrato nel recepirli ed elaborarli, e per aver contribuito con spirito critico alla discussione.

Sara Tavella