24 ottobre mattina, Aula Magna della Cavallerizza Reale: c’è fermento, giovani studenti liceali,  universitari e professori provenienti da settori diversi si scambiano idee, battute, opinioni, prima dell’inizio del ciclo di conferenze che interesserà l’intera giornata, focalizzato sul confronto tra Scienza e Multinazionali. C’è una tensione positiva nell’aria: si percepisce, da parte degli studenti, la voglia  di recepire il messaggio dei relatori, di capire se sia possibile e necessaria una Big Science, di creare una propria opinione e inserirla in un fertile dibattito.

Questo clima di confronto e predisposizione all’ascolto nasce dal sogno di Ferdinando Rossi, fondatore della Scuola di Studi Superiori di Torino organizzatrice dell’evento: lo ricorda con affetto la moglie, Maria Claudia Vigliani, che rammenta il sogno del marito di creare un ambiente interdisciplinare, in cui studenti provenienti da facoltà diverse  potessero arricchirsi di conoscenze che esulassero da un percorso accademico strettamente settoriale: sogno che continua tutt’ora e che rappresenta un unicuum anche tra le Scuole di Studi Superiori italiane. Sullo stesso tema continua il Vicedirettore della Scuola Michele Graziadei, che coglie l’occasione per ringraziare gli enti che hanno supportato l’edizione di quest’anno del Forum Ferdinando Rossi, e gli studenti della Scuola stessi.  L’organizzazione dell’evento è, infatti, prettamente studentesca, come ricorda la presidente del Forum Ilaria Ubertino Rosso: un progetto di studenti pensato per studenti, affinché questi prendano coscienza di questioni (come la necessità o meno di una Scienza su grande scala, Big Science, appunto) con cui in futuro dovranno confrontarsi e possano riflettere su quale sia la strada migliore da intraprendere.

Se la Vicerettrice alla Ricerca dell’Università di Torino , Cristina Prandi, a conclusione dei saluti istituzionali offre una prospettiva sulla realtà della “piccola” Scienza degli Atenei, che coinvolge numeri ridotti di ricercatori e di fondi stanziati, il prof. Michelangelo Mangano, Senior Scientist al Dipartimento di Fisica Teorica del CERN, introduce un contesto diametralmente opposto: la Big Science.

Cos’è, dunque, la Big Science? La Scienza che necessita di una struttura in grado di garantire grandi investimenti di denaro per la creazione di tecnologie avanzate che consentano la realizzazione di esperimenti in scala microscopica. Un esempio di Big Science è proprio la fisica delle particelle, materia in cui il prof. Mangano è specializzato e di cui segue team di ricerca al CERN nei famosi acceleratori di particelle, come l’LHC. 

Cerchiamo di capire perché proprio la fisica delle particelle abbia bisogno di essere “Big”. Partiamo da alcune nozioni di base fisiche: esiste una stretta equivalenza tra energia e massa, come teorizzato da A. Einstein e l’una può essere convertita nell’ altra secondo equazioni ben precise, tra cui spicca la famosa e= mc^2 . L’energia di una particella dipende dalla velocità con cui questa si muove: maggiore l’accelerazione, maggiore l’energia trasportata. La creazione di particelle implica energie enormi, che devono essere convogliate in volumi spaziali ridotti affinché possano vedersi effettivi risultati: ad esempio, è necessario avere particelle con un’energia pari a 7500 GeV perché dalla loro coesione si origini il bosone di Higgs, la particella responsabile della massa di ciascun altro elemento. Al giorno d’oggi è possibile ottenere tale disposizione di energie solo all’interno degli acceleratori di particelle, “tubi” lunghi chilometri che consentono di accelerare e far collidere particelle a velocità prossime a quelle della luce, affinché dagli urti tra queste possano effettivamente originarsene altre.

È evidente che la creazione e il funzionamento di questi acceleratori necessita di strutture articolate, team di ricerca che traggono risorse da centinaia di paesi diversi e una quantità di denaro che non potrebbero mai essere fornite dalla scienza su piccola scala degli Atenei: il prof. Mangano è dunque molto convinto della necessità della Big Science finché non sarà possibile ridurre le dimensioni delle strutture per la ricerca.

Pierluigi Sacco, professore ordinario di Economia della Cultura, si pone in linea con il prof. Mangano ed espone un altro esempio di progetto su larga scala di finanziamento della ricerca: Horizon 2020, fondato nel 2014 e operativo fino al 2020, nato in seno all’Unione Europea e articolato in diversi settori d’interesse, che cerca di unire le risorse dei diversi paesi membri per creare una produzione culturale e scientifica d’eccellenza, un’industria competitiva e strumenti per poter superare questioni sociali d’urgenza, su cui la scienza sociale ancora tentenna.

Ci sono vari aspetti interessanti della Big Science che emergono dall’intervento del prof. Sacco. In primis, una scienza su così larga scala non può essere equa, in termini di distribuzione geografica degli investimenti: l’analisi dei dati di Horizon 2020 rivela che i finanziamenti si concentrano su Regno Unito, Germania, Spagna, Italia, Francia e pochi altri paesi europei. I paesi più arretrati faticano molto a risultare competitivi nella ricerca, per cui il progetto risulta accessibile a pochi stati già avanti nel settore tecnologico e nell’innovazione scientifica.

Inoltre, come già sottolineato dal prof. Mangano, la provenienza geografica diversificata dei ricercatori inclusi nella Big Science rende ogni esperimento o progetto una palestra sociale unica nel suo genere: gli attriti politici e culturali devono cedere passo a una collaborazione genuina in grado di produrre un lavoro qualitativamente valido, in cui l’individuo è solo una piccola parte dell’ingranaggio di produzione scientifica.

L’individualismo non ha posto nella Big Science: se da un lato ciò comporta l’appianamento di conflitti sociali e politici, dall’altro rende difficile ai ricercatori, soprattutto giovani, di conseguire riconoscimenti e acquisire fama a livello internazionale. La Big Science è una macchina che funziona molto bene, e senza ogni ingranaggio non potrebbe procedere avanti; ma è la macchina a divenire nota, non il singolo meccanismo.

Il sogno dello scienziato che si chiude nel suo laboratorio e passa notti insonni a studiare ed elaborare nuove teorie in predi ai fumi dionisiaci della smania di sapere è ormai un lontano ricordo, e al giorno d’oggi il mestiere del ricercatore è sempre di più incasellato nel contesto delle multinazionali, di cui ha bisogno per poter veder realizzati progetti che richiedono tecnologie avanzate.