Contenziosi tra società pubbliche, immobilismo politico e rifiuti radioattivi da smaltire. Questo è quello che emerge da un articolo de L’Espresso (“Cinquestelle, che brutta scoria”), uscito domenica, che tenta di descrivere quanto costoso sia il settore dello smaltimento delle vecchie centrali nucleari italiane (e dei rifiuti radioattivi che producono) e quanto tutto questo sia aggravato dalla mala gestione delle pubbliche amministrazioni, le cui enormi spese, trattandosi appunto di enti pubblici, ricadono su tutti i contribuenti.

Sogin e il nucleare

Nel 1987 il referendum abrogativo sulle centrali nucleari in Italia aveva avuto esito positivo: l’Italia aveva detto No a questo sistema di produzione di energia. Il problema che lo Stato si è posto è stato dunque quello di dover smantellare gli impianti e di smaltire i rifiuti tossici che producono. Di questo avrebbe dovuto occuparsene la Sogin, Società pubblica appositamente creata nel 1999 a questo scopo. Molti i soldi spesi, molti gli anni passati, ma pochissimo è stato fatto.

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Società Gestione Impianti Nucleari

Come scrive L’Espresso, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) per stoccare le scorie radioattive – documento preparato dalla Sogin – avrebbe dovuto essere già pronto e pubblico nel 2015, comunque a distanza di 16 anni dalla creazione della società. Allora la carta era passata per ministero e istituti vari, ma rimandato indietro per “richieste di chiarimenti”, senza che nè il Governo Renzi nè il Governo Gentiloni si prendessero la responsabilità di decidere. Nel 2017, intanto, un deputato si batteva a spada tratta contro le ingenti spese della Sogin e il costante immobilismo. Si tratta di Gianni Girotto del Movimento 5 Stelle, spiega sempre il settimanale di politica, che oggi, che come dichiarato dalla Sogin “la Carta è pronta e tocca alla politica decidere”, risulta stranamente in silenzio. Decisione impopolare e difficile da prendere quella di stabilire il luogo dove poter smantellare il nucleare per l’alto livello di impopolarità che ne consegue, almeno laddove i centri di stoccaggio verranno ubicati. Non il massimo, dato che tutto questo dovrebbe avvenire prima delle elezioni europee il prossimo giugno. Toccherà ora a Luigi Di Maio e al suo ministro dell’Ambiente Sergio Costa decidere.

In questo video Milena Gabanelli, del Corriere della Sera, parla del caso Sogin, nella rubrica “Dataroom”

Ma cosa è successo nel frattempo? E’ successo che il bilancio di spesa Sogin è lievitato per i costi connessi all’attività nucleare erogati da un’agenzia britannica, la Nuclear decommissioning agency (Nca) che in poche parole si fa carico dei nostri rifiuti radioattivi, almeno in parte. Non gratis. Il costo ad ora è stato di 1,8 miliardi, soldi che se ne vanno al’estero, continuando a rimandare al futuro il problema invece di risolverlo. In Italia invece? I lavori sono quasi fermi. L’Espresso porta il caso emblematico di Saluggia, nel vercellese, sede di uno degli impianti nucleari, dove la Sogin nel 2011 ha messo a gara un appalto da 98 milioni di euro per la costruzione di un impianto atto alla solidificazione dei rifiuti. Le aziende vincitrici dell’appalto, però, sono andate in crisi anche perché coinvolte in uno scandalo di tangenti riguardante l’Expo. Ne è uscita la rescissione del contratto da parte della Sogin e una serie di ricorsi ancora aperti. Dell’impianto, che doveva essere finito nel 2019, non c’è traccia.

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Impianto nucleare di Saluggia- Dal quotidiano “Il Monferrato.it”

Fallimento del pubblico: un’opportunità per la mafia

A scanso di equivoci, nulla dell’articolo citato parla di un possibile coinvolgimento della mafia in tutto questo processo fallimentare di estinzione di un problema pubblico estremamente rilevante. Quello che risulta evidente, invece, è come nel caso Sogin gli enti pubblici abbiano funzionato malissimo sprecando denaro e tempo, risultando inefficienti. E proprio parlando di smaltimento di rifiuti tossici non si possono trascurare le conseguenze che questo comporta.

Il fenomeno delle ecocamorre, ossia il coinvolgimento delle mafie nel traffico illegale di rifiuti e il loro smaltimento, in mezzo a molti altri fattori, sfrutta proprio questa debolezza. Come abbiamo visto è alto il costo di smaltimento dei rifiuti tossici, tra cui rientrano anche quelli radioattivi. Il coinvolgimento della criminalità organizzata, principalmente della camorra, ha sfruttato le difficoltà delle industrie che, in periodo di crisi, non ce la fanno a sostenere le spese per smaltire i rifiuti pericolosi, che in quanto tali devono subire costosi trattamenti particolari, che incidono sui già scarsi guadagni.

A questo si aggiunge, come già mostrato, una mancanza di efficienza dello Stato, se non una sua assenza. Le normative per l’assimilazione dei rifiuti urbani (quelli ordinari gestiti dai Comuni) e quelli speciali (pericolosi e non pericolosi, prodotti dalle industrie e a loro carico) metterebbero sotto controllo pubblico la loro gestione. Questo preverrebbe il mercato illegale e verrebbe gestito completamente dal servizio delle amministrazioni, sotto l’onere dei contribuenti (ma per lo meno sotto il controllo dello Stato). Tuttavia i regolamenti in questo senso sono stati recepiti solo nel centro-nord, meno al sud (questo tipo di competenza è in mano alle Regioni che istituiscono specifici piani).

Cìò che ha attratto la criminalità organizzata in questo tipo di business è il fatto che una crisi dei rifiuti fosse già in atto. Come spiega Isaia Sales in “Ecocamorre” (2012) “Quando c’è un mercato illegale, la camorra ha buone possibilità di diventarne protagonista, se non addirittura monopolista. Ma il circuito dello smaltimento dei rifiuti tossici è nazionale (e in alcuni casi internazionale), nasce dalla presenza di una domanda (le imprese industriali italiane che producono rifiuti inquinanti e pericolosi per la salute), da normative in materia non adeguate, da controlli inefficaci, da costi elevati per smaltire in maniera legale, da impianti a norma non sufficienti; non solo, cioè, dalla offerta illegale di questo servizio da parte della camorra”. L’efficienza del sistema statale traballa per diverse ragioni. Uno di questi è la semplice mancanza di controlli. In secondo luogo la mancanza di impianti adeguati di smaltimento dei rifiuti a ritmi adeguati a quelli con cui se ne producono. E, ancora, il coinvolgimento delle stesse amministrazioni pubbliche in affari illeciti.

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da “Il Gazzettino Vesuviano”

I gruppi organizzati si sono trovati così di fronte ad una domanda di illegalità che proveniva dalle aziende, intenzionate a spendere meno per far fuori i rifiuti, e hanno colmato il vuoto lasciato dallo Stato offrendo un servizio a pagamento fatto di interramenti e devastazioni ambientali, inquinamento dei fiumi, falsificazioni delle etichette di trattamento dei rifiuti pericolosi e controllo degli appalti per la gestione dei consorzi di bacino, volti a gestire la “monnezza” di un insieme di Comuni. Un problema che tuttavia non riguarda solo il sud, ma che ha creato un traffico su gomma che tocca tutte le Regioni italiane, comprese (e forse specialmente) le evolute realtà industriali del Nord e persino l’estero (sempre secondo “Ecocamorre” si spazierebbe da Austria e Germania, fino a India, Cina e Pakistan).

Il fondo del barile viene sicuramente toccato quando gli stessi consiglieri comunali o i commissari indipendenti addetti al controllo dello smaltimento si fanno corrompere. In Campania il caso più eclatante è stato sicuramente E. Co. Quattro, una società per azioni che gestiva il business dei rifiuti nella zona di Caserta, nel Bacino Caserta 4. In un sistema di cogestione pubblico-privata tra assegnazioni senza gara da parte di amministratori locali corrotti, gestiti dall’alto da politici, come Nicola Cosentino dell’allora Popolo della Libertà (Pdl), e con l’aiuto di una rete di imprenditori che facevano da mediatori, come Gaetano Vassallo, il Cristiano Ronaldo dei rifiuti, hanno portato la gestione dell’intero bacino sotto l’egida degli Orsi, imprenditori legati al clan camorrista Bidognetti. In tutto questo il ruolo del clan Bidognetti, come spiega Vittorio Martone, era di garantire il predominio della famiglia sulla gestione e di mediazione con i capizona del territorio (“Ecocamorre”, 2012). Nel 2005 l’affare Orsi valeva milioni, anche se nel 2007 la magistratura sequestrò le discariche di Eco4.

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Nicola Cosentino- da “Il Fatto quotidiano.it”

Un sistema di gran lunga più complesso, come si è visto, del semplice monopolio mafioso, dove chi si mette in gioco guadagna, sulle tasche e, soprattutto, sulla salute dei cittadini. Questo non deve sminuire il ruolo della criminalità organizzata in questo processo, ma deve comunque far riflettere su come un’efficiente gestione pubblica può arginare questo fenomeno.